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APPUNTI E NOTIZIE SUL TERRITORIO DI ARMA E TAGGIA (4)


  Capitolo 4

Capitolo 4

Ci stupisce il fatto che mentre i dotti si occuparono tanto per studiare di ben stabilire, o accertare la ubicazione dell'antica stazione di Costabalena, non abbiano poi pensato di farci ben conoscere l'esito dei loro studi e apprezzamenti sulle località di cui è parola allo scopo di meglio illuminarci sulla esistenza di tante antichità che ancor oggidì si scorgono specialmente sul capo Armea, luogo che appunto fu da taluno indicato come sede dell'antica stazione di Costabalena a motivo dei ruderi di costruzione romana che vi si osservano tuttora. Facendoci conoscere tali loro studi, i dotti avrebbero meglio cooperato alla conservazione di queste rispettabili antichità, avrebbero reso un grande servizio alla scienza storica ed al paese stesso, cosicché ormai tutti potrebbero per tal mezzo conoscere bene l'importanza di quei ruderi e si sarebbe pensato a impedirne la distruzione che in parte si è effettuata in questi ultimi 50 anni in modo veramente desolante; si sarebbe pensato a conservare tutti quegli oggetti rari che si venne man mano scoprendo nell'eseguire degli scavi in quella località e che invece andarono facilmente dispersi da una mano all'altra, senza alcun utile, senza alcun vantaggio pel progresso sempre desiderabile degli studi storici riguardanti questi nostri paesi.
Ciò che è veramente deplorevole, si è che tali importanti ruderi di costruzioni romane che ci lasciano sperare l'esistenza d'altri tesori d'antichità sotto il suolo di quella località, fra pochi mesi andranno distrutti per far luogo alla costruzione di qualche stalla, di qualche osteria o di qualche povera abitazione rurale di nessuna bellezza in importanza pel progresso materiale o morale del paese. Mentre per una parte si compiono sforzi erculei, laboriose inchieste e relazioni per una tela annerita dal tempo e dipinta da qualche mediocre pittore nostrano o forestiero, ma di ben poca importanza per il pubblico e per la storia, d'altra parte poi si lasciano scomparire dei monumenti storici che sfidarono secoli e secoli per portarci una testimonianza della grandezza romana, per darci un segno della dominazione di quel gran popolo nei nostri paesi e da ritenersi quali monumenti atti a colmare le lacune che si trovano sui libri di storia antichi a riguardo dei nostri paesi.
Noi vogliamo perciò attirare l'attenzione delle Autorità sulla necessità di conservare e di studiare queste antichità romane esistenti al capo Armea sull'antico territorio di Arma ora occupato dal Comune di Bussana, vogliamo invocare una visita sul luogo di cui è questione allo scopo di accertare l'esistenza di tali ruderi e di conservarli allo studio dei dotti ed impedirne più che è possibile la manomissione e distruzione a scopo di una venale utilità che riesce di vero disdoro al paese e alle autorità stesse che sono preposte alla conservazione di tutto quanto può offrire un interesse per la scienza, per la storia dell'antichità, per la storia dei nostri paesi poco nota. Imploriamo una riparazione alla trascuratezza che per l'addietro si dimostrò a tale riguardo, mentre talvolta si fecero spese inpegni, riesciti talvolta di danno all'industria, allo scopo di proteggere la conservazione di ruderi la cui esistenza era meno necessaria e meno importante di questi ruderi che ora descriveremo.
Sul Capo Armea a 15 metri dall'incrocio della strada Provinciale colla Ferrovia, e verso Levante, si scorgono i ruderi d'una piccola costruzione di forma rettangolare costituita da tre muri laterali e mancante del muro di facciata. Tale costruzione di fattura romana doveva essere una Chiesa o tempietto, poiché internamente ci si osserva la forma circolare della base di una grande nicchia che alla altezza di oltre un metro dal suolo, a guisa di altare, prende forma sullo stesso massiccio dei muri, i quali però presentano esternamente la forma piana e non la forma rotonda della parete interna della nicchia. L'intonaco interno della costruzione è costituito da un miscuglio di calce bianca con terra rossa di Pozzuoli, e sopra della sua superficie liscia e imbiancata si scorgono traccie di linee rosse, avanzi di pitture ornamentali. La disposizione delle pietre costituenti la costruzione è fatta a strati regolarmente uguali e paralleli di pietra viva separati ogni due o tre file parallele da uno strato di grandi mattonelle dello spessore di 6 a 7 centimetri a distanza di 25 o 30.
Le pietre sono piuttosto piccole quasi tutte eguali e presentano all'occhio, una faccia piana rettangolare, lasciando scorgere fra l'una e l'altra, piuttosto larghi interstizii di calce bianca impastata con poca arena. Lo spessore dei muri laterali è verso la base di m. 0,60, ma ad un metro dal suolo si restringono mediante una resega di cent. 8. Da questo punto si scorge che il muro era coperto anche esternamente da uno strato di cemento durissimo dello spessore di cent. 3 composto di calce e terra rossa di Pozzuoli. I muri laterali si prolungano verso mezzodì per la lunghezza di m. 5, ma furono distrutti per fare una strada che conduce ai vicini molini o frantoi di olive. E così le dimensioni esterne di questa costruzione sarebbero state di m. 5 di lunghezza per m. 4,10 di larghezza. Probabilmente esisteva ancora un bel pavimento a mosaico, ora coperto da terra e pietre. Questi muri si elevano dal suolo a circa m. 1,30 di altezza e sono quasi coperti dal terrapieno della strada nazionale, la quale è a circa m. 2 di distanza.
A circa 11 m. verso ponente si vedono i muri di una costruzione molto più grandiosa di quella ora descritta. Esaminandoli bene si riconosce che costituivano un grande casamento della lunghezza di circa 40 m. per 20 di larghezza. La costruzione è fatta a strati paralleli e regolari di pietre offrenti allo sguardo una superficie rettangolare, bene connesse le une accanto alle altre, senza mattonelle. Verso ponente però si trova addossata a questa costruzione un'altra in tutto simile a quella già descritta, cioè a strati di pietre e grandi mattonelle, e questa era molto probabilmente una torre che esisteva ancora verso il 1530, poiché di essa abbiamo notizia nella descrizione della Liguria che il Giustiniani fa precedere ai suoi Annali di Genova.
Verso l'interno della costruzione si osservano dei massicci di pavimenti costituiti da diversi strati di calcestruzzo. Sulla faccia esterna dell'esteso muro verso mezzogiorno, si scorgono vicino al suolo evidenti traccie di un intonaco di calce e pozzuolana uguale a quello che trovasi nelle pareti della già descritta costruzione. Parecchi anni fa venne distrutta una parte di questo muro a colpi di picco e con mine allo scopo di sbarazzare il terreno e regolarizzare la superficie coltivabile dell'attiguo orto, e perciò si scorgono ancora tutt'intorno grandi quantità di sassi, calcinacci, mattoni romani di varia forma e dimensione, ammucchiati a guisa di macerie, così da far fremere d'indignazione qualsiasi amatore di antichità. Quale vandalismo! E si è compiuto per il misero profitto di pochi cavoli o di poche patate!
Circa 40 anni fa fu scoperta in questa località una tomba contornata e coperta da grandi tegole romane, contenente uno scheletro, vari oggetti di terra cotta e varie monete di bronzo; il tutto, si capisce, fu disperso e distrutto in mille cocci. Quante memorie di immenso valore storico e morale vanno scomparendo per ignoranza del volgo che non conosce altro valore che quello venale dell'oro a perfetta somiglianza delle bestie che non san conoscere che il cibo che divorano. Saremmo curiosi di sapere se la Commissione Regionale per la conservazione delle antichità ha iscritto questi e ruderi romani nelle schede di conservazione notificate ai singoli proprietari di antichità interessanti la storia e l'arte.
Nell'archivio Comunale di Taggia esiste un atto 1506 (notaro G. B. Curlo) che si riferisce alla casetta che è costrutta sui ruderi dei muri romani del Capo Armea e che crediamo interessante riprodurre:
« In nomine Domini amen. Anno a nativitate millesimo quingentesimo sexto inditione nona die XVIIII Mastr. Addam Violeta quondam Francisci ex una parte et Mastr. Galeoto Borro quondam Petri utriusque de tabia per se et successores suos constituti in presentia mei notari et vobis testium infrascriptis pervenerunt ad infrascripta pacta promissione et accordio at pensionis ut infra ad invicem, et vicissim promiserunt videlicet quod dictus Adam ex causam titulo et locationis dedit locavit et pensionavit predicto Galeoto mediam parte domus ipsius Addae positam in posse Larme pro indivissa nunc ex parte sancti Romuli sub suis confinibus.
Pacto inter dictas partes quod predictus Addam obligatus sit facere portam predicte parte Galeoto infra festum Sancti Michaelis prossimun.
»
Si osservi che il notaio aveva già scritto in posse Tabie, ma con due tratti di penna cancellò subito la parola Tabie e vi sostituì la parola Larme; il che prova che quella località era notoriamente conosciuta quale territorio di Arma e non di Taggia né di Bussana; ciò che del resto è costantemente dimostrato da molti altri importanti documenti che esamineremo in seguito. La porta aperta verso Sanremo di cui parla l'atto esiste tuttora.
Riportiamo ora quanto dice il Giustiniani:
« Procedendo da Sanremo a levante, prima occorre una torretta distrutta in distanza di tre miglia, nominata l'Arma, dove dà in mare l'acqua della villa di Ceriana quale è su alla montagna sette miglia, et è luogo grasso, et vi sono alquanti dottori, et se vi manda da Genova il Podestà, fa da quattrocento settanta foghi, e continuando la via della spiaggia a due miglia si da alla marina di Tabia, villa qual fa cento foghi, et ascendendo alla montagna a due miglia occorre il Castello di Tabia che fa da seicento foghi et in le circonstancie sono queste ville: Buzana che li resta da ponente e fa novanta foghi, et da levarnte il Castellaro, terra di Battista Spinola, che fu gli anni passati Duce di Genova, piccola villetta qual fa sessanta foghi, poi Pompeiana di venticinque foghi, Terzù di dodici foghi, et in ripa del mare il pian della Foce ossia S. Stefano, qual fa ottanta foghi, distante dalla villa nominata marina di Tabia doa miglia, e tutto questo tratto è dotato di gran quantità di vigne, che producono vino moscatello in tanta preciosità et in tanta bontà, che è reputato niente inferiore delle malvasie candiote né dei vini Ciprioti, né de Grechi, e di Napoli, et a Tabia la republica provvede il Podestà, il paese è soggetto alla innondation di un fiume, il proprio nome del quale non si trova, se già non vogliono dire che il fiume si nomina Taglia, perché molte volte taglia et distrugge le circostanti ville, et descende dai gioghi in distanza di 16 miglia dal mare, lassando Tabia a ponente: Il fiume ha principio da doi fonti, uno alla radice del monte Gerbonte l'altro alla radice del monte Cavriolo, distanti l'uno dall'altro tre miglia et descendendo concorrono in spacio di tre miglia, in una villetta domandata i Molini, nel qual luogo eziandio si congiunge il fiume Cureca, che ha uscita dal Cavriolo sopradetto, et in mezzo delle due acque la villa di Triora, discosta da Tabia dieci miglia, che contiene cinquecento foghi, terra della repubblica qual ha ufficiale per se stessa, et le sue ville sono da levante Balauco con duecento foghi, et da ponente Montalto con duecento foghi e tuttavia ascendendo i Molini con trenta foghi, Corte con settanta, et Andagna con ottanta, talché il territorio di Triora, quale è grasso e abbondante di grano, vino e castagne ha da mille cento foghi, et di là dall'Appennino e del Giogo Cavriolo sopradetto in spazio di tre miglia, si vede il ponte del fiume Tanaro, il quale primo da in l'antica villa di Ulmea, e poi per lungo circuito entra nel Po nella nuova Alessandria, et continuando il maritimo camino si offende la Villetta chiamata San Lorenzo distribuita in due piccoli borghetti che tutti in sieme non fanno più di venti case, et per mezzo passa un piccolo rivo, qual descende in distanza di quattro miglia da doi monticeli, uno nominato Capo Vento da ponente, e l'altro Brega da levante, et immediate sotto Capo Vento è Boscoma villa diquaranta foghi, et in distanza di un miglio, dove si congiungono le due brazzà dell'acqua Vinguilia con ottanta foghi, et seguita Costarainera con quaranta e poi la Rivola con venti, et S. Lorenzo con le prenominate villette sono di alquanti gentiluomini chiamati signori di Vinguilia e fra tutte fanno duecento otto foghi. »
Osserviamo però che il Giustiniani ha confuso la località di Arma con quella di Riva poiché dice che Santo Stefano dista dalla marina di Taggia due miglia mentre si sa che Riva è a solo mezzo miglio da S. Stefano e quindi la distanza di due miglia trovasi da S. Stefano alla spiaggia di Arma, che è la stessa distanza che esiste fra Taggia e la spiaggia di Arma.
A suo tempo confronteremo le notizie relative alla popolazione di Taggia, Riva, Pompeiana con quelle che abbiamo ricavato dagli antichi registri del comune di Taggia 1424 al 1574.
È probabilmente anche di costruzione romana un arco di pietra scalpellata, di m. 1,50 di luce, che sovrasta la piccola sorgente esistente a ponente del promontorio della grotta di Arma, sotto il muro di cinta della villa del Senatore Marchese Federico Spinola.
A ponente dello stesso promontorio e proprio sullo scoglio esistono i ruderi di una antica torre già munita di vari pezzi di artiglieria e già abitata da uomini di guardia in difesa della spiaggia; torre che fu distrutta verso il 1525. Ne riparleremo a suo tempo avendo scoperto al riguardo parecchi interessanti documenti.
Il nome di Castelletti dato alla collina deriva forse dall'esistenza fin da antichissimi tempi di alcuni castelli su questa collina; più probabilmente derivò dal fatto che su questa collina si riscontrano certe località con rupi e scoscendimenti così ben conformati dalla natura stessa che sembrano veri e piccoli castelli di difesa. Ma altri nomi di strade, regioni e terre ci rammentano la dominazione romana e sono testimoni dell'importanza che avevano queste regioni e questi paesi fin dai tempi antichi.
È indubitato che la strada romana scendeva giù dalle rive orientali del promontorio della Grotta, attraversava la villa che è ora di proprietà della famiglia Vivaldi, tratto che fu distrutto per la costruzione di un muro di cinta per difesa necessaria in tempo di forti mareggiate.
Dalla parte inferiore della Villa Vivaldi dirigevasi la strada romana fino all'angolo est della casa Anfossi Imperiale; in questo punto deviava verso tramontana, attraversava la proprietà ora dei Vivaldi e giungeva al fossato dei Beglini, dal quale punto quasi in retta linea si dirigeva alla località di Costa Balena ove con ampio giro deviava verso il mare e passando poi quasi sempre vicino alla spiaggia fino a S. Stefano.
L'attuale via Nazionale fu costrutta quasi tutta sulle orme di quella. Troviamo menzione di essa in un atto del 3 giugno 1491 del notaro Gio. Gatti che tratta della vendita di una casa a certo Gio. Lombardo: quaedam domus de duobus solariis a celo usque ad terram sitam in contrata dicti loci Plani Fucis cui coheret ab una parte versus meridie strata romana.
Da un altro atto in data 20 febbraio 1496 ricaviamo i confini di due case: in posse dicti loci Sancti Stephani cui coheret ab una parte versus orientem Paulus Gatus... versus meridiem strata romana.
In data 30 Giugno 1496 Giov. Gatto fu Antonio vende a G. B. Panerio fu Maurizio una casa situata in Riva e avente a confini: versus boream strata romana, versus meridiem litus maris.
E sempre negli atti dello stesso notaio Giov. Gatto in data 8 agosto 1496 e 15 maggio 1501 si tratta della vendita di quadam peciam terre plative... sitam in territorio Tabiae loco dicto li play cui coheret versus tramontanam strata romana....
Esiste ancora attualmente verso mezzodì della strada provinciale, vicino alla località Don nella regione Prai un tratto di strada distinta col nome di romana.
Come già dicemmo (si veda Capitolo 2) da Costa Balena partiva una diramazione della strada romana del litorale la quale attraversava il fiume sul ponte esistente (via Levà) e continuava poi sino all'antico castello ligure detto poi S. Giorgio ove, girando attorno al promontorio, entro la prima cinta delle mura scendeva sul ponte di cui si osservano tuttora imponenti vestigia, e continuava il suo corso sulla sponda orientale evitando così il guado dell'Oxentina affluente di ponente sempre ricco d'acque e di corso impetuoso. Ma all'epoca delle invasioni dei barbari i popoli liguri provvidero alla loro difesa colla distruzione delle strade in quelle località ove quella era più necessaria ed era difficile il passo mancando le strade.
Per tal motivo andò distrutto il ponte di Campo Marzo sotto il Castello S. Giorgio ed anche la strada in quella località, come pure fu distrutto a Santo Stefano il ponte sul fossato detto della Torre nel luogo di Porzano e insieme la strada che di la scendeva al mare.
Ma acciò anche in tempo di straordinarie piene si potesse mettere in comunicazione diretta Costabalena colla regione Ciappa eravi una diramazione secondaria alla strada, che dalla Ciappa dirigevasi a Taggia e collegavasi mediante il ponte colla strada romana principale sulla via di levante.
Ma nelle vicinanze del fossato dei Beglini sulla strada romana doveva esistere una delle solite pietre miliari con iscrizione simile a quella che fu trovata nella regione Ciappa in Val di Cervo (si veda Capitolo 2). Da ciò derivò il nome di Ciappa a tutta la regione comprendente tutte le proprietà dallo svolto della via verso la spiaggia fino all'alveo del torrente.
Lo stesso nome di Ciappa era applicato ad un'altra località che trovasi vicino al fiume Oxentina ove passava la strada romana per Badalucco in continuazione della predetta diramazione ed ove trovavasi probabilmente un'altra pietra miliare indicante la distanza di cinque miglia dalla Ciappa e da Costa Balena.
Riscontravasi tal nome di Ciappa sulla strada passante nel territorio di Triora. Come già dicemmo tale diramazione della strada romana si collegava con quelle di Briga, di Val Pesio ed altre. Anche il Barone di Malzen ammette l'esistenza di questa via romana per la valle di Taggia (Monuments d'antiquité romains dans les états du Roi de Sardaigne. Turin 1826).
A proposito di questa strada ci piace di riportare da un Liber Postarum Communitis Tabie una deliberazione del Parlamento di Taggia 31 ottobre 1462:
Item expositmn fuit per Iacobum Visconte nomine et vice Raffaellis Iustiniani quae bonum est aptare vias et stratas euntibus versus Bardaluchum occasione bestiarum euntibuis ad talem itinerum versus partes pedemontaneis.
Super qua quidem postam victum et deliberatum fuit nemine discrepante quod pro bono et utilitatem tocius universitatis Tabie elligatur homines quatuor et discretos qui potestatem abeant aptandi et aptari faciendi dictum iter pro ut eis mellius videbitur
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Non deve darsi importanza all'errore materiale cagionato dall'equivoco stimolato dalla pronunzia volgare del nome di questo paese: baraucco. Infatti in tutti i documenti leggesi badaluco, barauco, baaluco, baraluco e mai bardaluco. E a proposito di questo nome osserviamo che nell'opera Chonicon de rebus in Apulia gestis (Dominici de Gravina), leggesi badiluco usato per scaramuccia, combattimento, conflitto: parola non ancora annotata dagli autori che parlarono dell'etimologia di Badalucco (Edizione E. Anfossi, Napoli 1830, pagina 81).
Nello studio della storia specialmente quando mancano i documenti bisogna tener conto di certe piccolezze che talvolta possono avere un'importanza straordinaria, quindi non tralasceremo di far conoscere e studiare certi nomi di nostre regioni che oramai sono scomparsi dall'uso.
Vicino alle regione Ciappa e verso il torrente sta la regione detta Levà. Questo nome derivò dalla speciale conformazione che aveva la strada romana in questa località.
Generalmente le strade romane erano un sollevate dal livello generale del suolo specialmente in quelle località ove il suolo era facilmente variabile. Ciò a motivo del sistema di fabbricazione dei romani che usavano sovrapporre parecchi strati di diversi materiali: sassi, lapilli o ghiaia, calce, creta, cemento compressi fortemente con speciali ordigni pesanti.
Un bell'esempio di questo genere di strade esiste nelle vicinanze di Rivalla Bormida fin quasi a Tortona, ove si scorge ancora in gran parte la via Emilia di Scauro; essa è tanto sollevata dal restante suolo che ebbe dal volgo il nome di Levà. Un esempio simile si trova nelle_vicinanze di Vado, ove è pur usato il nome di Levà. Crediamo quindi che il nome di Levà abbia una origine simile.
Un nnome da molto tempo scomparso dall'uso volgare è quello che troviamo in un atto del Notaro Bart. Curlo, in data 29 maggio 1495 ove si legge: terram pratilem positam in posse Tabie loco dicto la justixia cui coheret versus meridie litus maris... Item aliam petiam terre etiam pratilem posita in dicto loco cui coheret versus meridiem litus maris....
Col confronto di parecchi altri atti si stabilisce in modo evidente che queste terre dette giustizie erano vicine alla terra detta San Siro già precedentemente venduta dal Parroco di Taggia a certo Zenoardo di Riva: in territorio Tabie loco ubi dicitur Sanctus Sirus cui tales sunt confinos versus meridiem via publica comunis (sive litus maris)... versus occidentem via publica (Notaro Remoreto Curlo 7 gennaio 1457).
Parecchie altre terre dello stesso nome erano situate sulla via di ponente del torrente; non abbiamo però più potuto prender nota degli atti perché dal 15 settembre l'archivio di Taggia è chiuso anzi sigillato per più gelosa conservazione di tutti gli innumerevoli documenti esistentivi e per poter provvedere in avvenire alla compilazione di un inventario.
Nell'atto 15 gennaio 1535 del notaio Oliverio Littardo si parla di una terra pratile sita in territorio Tabie loco ubi dicitur la chapa apud justiciam. Dall'esame di varii altri atti si conosce che questa terra detta giustizia apparteneva alla Chiesa di Taggia ed era quella stessa che chiamavasi pure ciapa alliam la leva alliam dicta la torre (Not. Bart. Curlo 5 gennaio 1488).
Non si conosce la vera ed esatta origine di questo nome, ma attenendosi all'opinione del Muratori (malgrado le fallaci critiche del Manzoni) diremo che si chiamavano giustizie tutte quelle terre che, già da antico appartenenti alla Chiesa, le furono dal fisco usurpate per capriccio di qualche regnante, ma in seguito restituite da altri regnanti aventi intendimenti diversi verso la religione Cattolica.
Crediamo quindi che queste terre dette giustizie facevano parte delle molte terre donate a S. Siro da Gallione agente del fisco in Sanremo (an. 500-523? v. capit. seguente nel Capitolo V)
Risulta dai catasti del Comune e dagli atti di quell'epoca che una delle più vaste proprietà del territorio era quella delle Doneghe posseduta dalla Parrocchia di Taggia; non possiamo però accertare che anche questa avesse preso il nome di giustizia. È da osservarsi che un'altra regione detta Doneghe si trova sul territorio di S. Stefano vicino alla regione di Porzano. Ciamavasi Spalonga la regione mediana fra il fossato S. Martino e quello delle Cravinaie e vi si osservano tuttora gli avanzi di antiche costruzioni, fortificazioni o chiese.
Chiamavasi Arbora lo spazio compreso fra le case di piazza Confrarie e il beodo o canale delle acque irrigatorie; dall'ospedale al fiume era la regione Besagno, simile a quella dello stesso nome esistente in Genova, poiché vicina al fiume, vicina al ponte e vicina all'Arbora. Seguivano, poi Villa gianca, Licheo, Ponza, Costarossa, Valeglie, Maberga o Marbergu, o Malberga, nome resistente pure nel territorio di Baiardo.
La regione oggi detta S. Catterina, sino al fossato di Corneo chiamasi Sorgentin.
Quivi l'egregio signor Vincenzo Umani assessore e Vice-conciliatore ha trovato recentemente una rara moneta romana in bronzo, avente da un lato una bella figura di soldato romano bella posa, guardante a sinistra, colla mano destra posata sull'elsa della spada, con lo scudo nel braccio sinistro e con la sgamba sinistra alquanto piegata. Si leggono chiaramente le lettere S.C. (senatus-consultus) negli spazi vuoti a destra e a sinistra della figura. L'iscrizione è quasi interamente scomparsa.
Tale moneta esaminata da parecchi intenditori di numismatica fu giudicata dell'epoca del primo impero e rarissima.
Le monete del periodo imperiale presentano un maggior interesse epigrafico ed è indispensabile una discreta conoscenza dell'epigrafia latina per leggerle.
Ognuna di queste monete è una pagina parlante della vita degli imperatori e dell'Impero. Può anche darsi si tratti di una delle importantissime monete dette militari (Ricci, Epigrafia latina, U. Hoepli).
Un'altra moneta romana trovata in quella località porta da un lato una testa di imperatore e guardante a sinistra contornata dalla iscrizione: Divus Augustus Pater. Dall'altro lato ci è rappresentata una elegante porta o portale colle lettere S. C. ai due lati e con la sottostante iscrizione: Provident.
Se qualche nostro lettore potesse darci migliori schiarimenti riguardo all'epoca o rarità di queste monete farebbe un gran favore a noi e certamente anche a tutti i lettori di queste note.


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