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APPUNTI E NOTIZIE SUL TERRITORIO DI ARMA E TAGGIA (6)


  Capitolo 6

Capitolo 6

I seguaci di Maometto animati dall'entusiasmo religioso e guerriero avevano in poco tempo grandemente esteso il loro dominio nell'Asia e nell'Africa (a. 692-710). Occupata quasi tutta la Spagna varcarono più volte i Pirenei, invasero le Gallie (732). Carlo Re dei Franchi li sconfisse salvando così l'Europa da una sicura rovina. In seguito essi varcarono nuovamente il confine della Spagna e occuparono la Provenza, ma furono ancora scacciati. La Liguria fu nell'anno 806 destinata al duca Ademaro per meglio provvedere alla difesa delle coste e delle isole.
Nell'anno 827 i Saraceni sbarcarono in Sicilia, occuparono Palermo ed in poco tempo si impossessarono di tutta la Sicilia e della Sardegna. Giunsero poi fino a Roma ove saccheggiarono la Basilica di S. Pietro e vi si mantennero finché non furono scacciati dal Marchese di Spoleto nell'846.
Fu in tale occasione che papa Leone IV cinse di mura e di fossati il sobborgo di Roma che fu poi detto Civitas Leonina (a. 848-852).
Re Lotario impegnata guerra coi fratelli per lo spartimento dell'eredità paterna, non potè impedire che i saraceni saccheggiassero impunemente il nostro littorale nell'anno 849.
Ludovico II suo successore molto valorosamente combattè contro gli arabi ai riprese Bari, ma non potè difendere la Liguria dalle incursioni dei Normanni, altri barbari venuti dal Nord d'Europa. Morì nell'875, e nell'anno 888 finì il dominio dei Re Franchi in Italia, che durò così 114 anni.
Fu eletto Re d'Italia Berengario Marchese del Friuli, ma ebbe a contendersi il regno con Guido duca di Spoleto.
Durante tali contese nell'anno 891 alcuni saraceni si stabilirono a Villafranca nella piccola penisola di Sant'Ospizio a piè del Monte Mauro, dal quale luogo dopo esservisi ben fortificati fecero frequenti scorrerie con grandissimo danno di tutta la Liguria e del Piemonte.
Fiorì in questo tempo San Benedetto Vescovo di Albenga morto nel 900 (12 febbraio). Racconta la tradizione che i di lui genitori, si recarono in Taggia da Tavole (villaggio della vallata di Dolcedo), per fuggire un morbo contagioso che desolava quei contorni. Furono perciò trattenuti per qualche tempo fuori del paese nella regione detta Licheo, in una casetta rimpetto alla quale fu costrutta la chiesuola di S. Benedetto. Quivi sarebbe in quel frattempo nato S. Benedetto (9 marzo 829). Istruito nell'infanzia forse dai monaci Benedettini già esistenti in Taggia, si ritirò poi nella solitudine dell'isola Gallinaria di Albenga, e salì in tanta fama, che nell'anno 885 fu eletto Vescovo a voce di popolo, benché l'elezione dei Vescovi già dall'869 spettasse di diritto ai canonici e non più al popolo.
Che questo santo appartenesse alla famiglia Revelli non è accertato da alcun documento antico, tanto più che nel 900 non esistevano ancora i cognomi.
Tal cognome appare di origine piemontese poiché v'è nel Circondario di Saluzzo un comune di nome Revello. Solo si ha un documento del 1357 nel quale fra 180 nomi di gran parte dei capi famiglia di Taggia si contano già sei Revellus. Ma esistevano dei Revelli anche a Tavole e nel 1452 (15 nov. notaro C. Ardizzoni) un Enrico Revelli di Tavole si faceva cittadino di Taggia. E negli atti di tal epoca si trova menzione di un baucium revellorum esistente nel vicolo Salvatore Revelli; ma nei secoli IX, X, XI l'abitato di Taggia era limitato alla parte più alta del paese e non poteva esistere ancora il quartiere Ciazzo al di là del vallone o giaia du Paraxo.
Molti indizi che finora vennero a nostra conoscenza ci inducono a credere che la pretesa antica tradizione riguardo alla patria e al cognome di S. Benedetto, altro non sia che una invenzione del secolo XVII come lo fu l'apposizione delle lettere S.P.Q.T. sullo stemma di Taggia in sostituzione delle lettere T.A.B.Y.A. le quali, oltre all'indicare il nome del paese, avevano il significato d'una religiosa invocazione conforme ai vivi sentimenti religiosi che regolavano la vita e le azioni dei nostri antichi padri.
Nell'atto 15 Nov. 1357 (Patti d'unione dei comuni di Taggia, Bussana e Arma) si trova fra circa 200 nomi solamente un Benedictus, ma questi non è uno dei sei Revelli che vi si riscontrano, e cioè: Oddo Revellus, Lanfrancus Revellus, Nicolaus Revellus, Georgius Revellus, Bonicus Revellus, Johannes Revellus.
Nell'indice catastale del 1511 fra i mille e più tabiesi che vi sono annotati, trovasi solamente 26 volte il nome di Benedetto (cosa facile a verificarsi, poiché gli antichi indici erano ordinati secondo la prima lettera del nome e non del cognome). Nel catasto del 1572 il nome di Benedetto vi si riscontra citato solo 18 volte fra 900 nomi indicati; nessuno però è accompagnato col cognome Revelli. Solamente in questi ultimi secoli aumentò il numero di quelli che portano il nome di Benedetto, e ciò in conseguenza della pretesa tradizione su San Benedetto.
A Tavole nella borgata di Ciapparo esiste un Oratorio dedicato a San Benedetto e in vicinanza v'è una umile casa che dicesi dei suoi genitori; ma su nessuna di tali costruzioni si riscontrano indizii di vera antichità.
Dunque, le tradizioni su S. Benedetto "tabiese" si rivelano false e leggendarie... infatti:
si pretende che il padre del Santo avesse nome Giacomo e fosse di Taggia; che la madre fosse di Tavole e avesse nome Benedetta. Ma come è possibile credere che siasi tramandato il nome di essi dal momento che neanco dello stesso Santo se ne sapeva quasi più parlare?
A Taggia, non esisteva prima del 1409 neppure una cappella a lui intitolata.
La cappella di San Benedetto nella Parrocchia di Taggia fu costrutta poco prima del 1413, nello spazio prima occupato da due tombe dell'antica famiglia Trumelli, il che fu causa di una lite come ci consta dall'atto 18 febbraio 1455 del notaro S. Brizio.
In nomine domini amen. Cum hoc sit quod alias occupata fuerunt duo monumenta familiae trumellorum habitant in tabia a venerabile domino presbitero Manuele de Germanis preposito ecclesie sanctorum Jacobi et Philipi de tabia causa augumentandi sen ampliandi dictam ecclesiam. Que monumenta occupata ut supra erant in illa parte cimiterii dicte ecclesie ubi ad presens edificata est capella sancti benedicti contigua cum campanille dicte ecclesie prout apparitur constare plenius de dictis monumentis per testes ydoneis in curia dicti loci.
Hinc est quod prefactus dominus prepositus una cum dominus bertone cagnacio Jacobo galibardo et paolo pelicia nunc massarii dicte ecclesie constituti in presentia mei notarii et testium infrascriptorum habentes prout asseverant plenam informacionem et noticiam de dictis monumentis occupata volentes satisfacere dicti de trumelli omni modo jure et forma quibus melius potuerunt pro se et eorum successoribus dederunt et tradiderunt ac consignaverunt Benedicto trumello Johannes de dicto loco et ad cautellam mihi notario infrascripto tam quam persone publice officio publico stipulantibus et recipientibus nomine et vice totius parentelle trumellorum de dicto loco et pro satisfacione sen precio jurisdicione dictorum munumentorum occupata unum locum sive situm unum terre de duabus foveis seu tombis situm in cimenterio dicte ecclesie et contiguo cum alio sito dato et consignato pro eadem occasione parentele de Asdentibus dicti loci sito et contiguo cum dicta ecclesia deversus tramontanam. Quod situm ut supra consignatum dicto benedicto et mihi jam dicto notario ut supra stipulanti et recipienti sit et esse debeat deversus meridiem parmorum novem computandi a muris ab utraque parti et longum in longitudine parmorum decem...
Ad habendum tenendum possidendum pro eorum sepulturis et ad edificandum ibi monumentum de duabus foveis seu tombis ut supra. Et ad sepeliendum ibi perpetuo in futuris corpora... etc.
Actum tabie videlicet in dicto cimenterio dicte ecclesie apud monumentum de bosiis apud dictum setum ut supra consignatum MCCCCLV indictione III die XVIII februarij presentibus testibus Angelo pasturelo et magistro donato de lancia murator ambodus de tabia vocatis et rogatis
.
Dalle note lasciate dal Canonico Vincenzo Lotti, si legge che nel 1831 si trovò, fra la casa prepositurale e l'attiguo cimitero, una lapide con un'iscrizione in caratteri gotici, indicante il luogo, citato in quest'atto, della tomba dei Bosii: MCCC indic. XIII die X marcii. Hoc est sepulcrum Arnaudi Bosii et heredum eius. Orate pro eo.
L'antica chiesa di Taggia fu consacrata solamente nel 1383, ciò risulta da un'antica iscrizione dietro il tabernacolo dell'altare: Consecratio ecclesiae anno 1383 - XXII octobris.
Ma a quest'epoca era già così antica che il Comune di Taggia, dodici anni dopo, ricorse al Governo di Genova per eseguirvi delle riparazioni, onde evitare maggiori danni:
MCCCLXXXXIV die XX marcii
Responsio Magnifici domini domini Ducis ut supra est quod si et in quantum dictam ecclesiam minetur ruinam vel si in ea pluit, vel si aget alia necessariam reparationem expendi possint de fructibus et redditibus dicte ecclesie per duos massarios tabie quantum necessarium et utile sit
.
Dopo tale epoca fu dunque riparata la chiesa parrocchiale ed in tale occasione si costruì la cappella di S. Benedetto, prima d'allora non v'era che un solo altare.
Risulta da un inventario del 1503, che in tale anno solamente sette erano le cappelle laterali della chiesa parrocchiale, mentre più tardi diventarono quattordici. Le prime sette furono: quella di San Benedetto, quella detta de Corpore Christi, quella della Madonna, quella di Sant'Antonio (fondata nel 1421), quella di San Lodisio (fondata nel 1446), quella di San Crispino e San Crispiniano e quella di S. Giovanni Battista, dotata da Giovanni Revelli, con atto Bart. Curlo del 27 gen. 1498. In quest'atto trovansi nominati Antonio Revelli fu Bernardo, Nicolò fu Bonifacio, Bernardo fu Gerolamo, Antonio fu Onorato, Bartolomeo fu Paolo, Giacomo fu Battista, Lorenzo fu Leonardo q. Bernardo. In altri atti dello stesso anno, stesso notaro: Giacomo e Martino fu Antonio, Battista fu Lorenzo, Filippo e Antonio di Giovanni, Paolo e Ugolino fu Enrico, Olivero fu Onorato, Gaspare fu Paolo. E in altri atti dell'epoca si trovano citati: Giovanni Revelli fu Lodisio, Battista e Vincenzo fu Michele, Giacomo fu Battista q. Luca, Tabiasco fu Gerolamo, Bart. e Stefano fu Giov. Antonio, Vincenzo e Marco fu Olivieri, Battolo fu Giulio, Francesco fu Sireto, Giov. e Filippo fu Paolino, Gianoto e Pietro fu Michele, Marco e Lorenzo fu Odetto, Lorenzo fu Tedone, Pietro fu Luca, Lorenzo di Antonio, ecc.
Insomma, fra ottanta Revelli vissuti nel periodo di oltre trent'anni non se ne trova un solo col nome di Benedetto. Certamente non accade più così da dopo che si è divulgato che il Vescovo Benedetto era un Revelli di Taggia !!!
Riguardo alla cappella di San Benedetto esiste un interessante documento indicato dal Canonico Vincenzo Lotti nella sua opera lasciata inedita, intitolata: Documenti e memorie per servire alla vita di San Benedetto Vescovo d'Albenga. Ma tale opera del resto non contiene prove che abbiano un qualche valore per poter stabilire qualche cosa di sicuro o di meno incerto rispetto al luogo di nascita e al cognome di quel vescovo, poiché infatti l'egregio scrittore della Storia di Albenga (Rossi, pag. 93) dice precisamente così: « Il Paganetti nella sua parte inedita della Storia Ecclesiastica ride a ragione di tali novità, né noi possiamo astenerci dall'imitarlo dopo di aver letto il lavoro del canonico Tabbiese. »
L'interessante atto indicato, fu rogato dal Notaro Lazzaro Visconti in data 17 marzo 1676, e trovasi ora nell'Archivio dell'Ufficio del Registro di Taggia. Contiene quattro disegni o schizzi eseguiti a matita, i quali rappresentano le antiche pitture già esistenti nella cappella di S. Benedetto prima che il Cardinale Gastaldi facesse, a tutte sue spese, distruggere l'antica chiesa Parrocchiale di Taggia, per ricostruirla poi più ampia come tuttora si trova.

Lo scempio ad opera degli stessi tabiesi

L'antica Parrocchia di Taggia era un vero monumento d'antichità; molte opere di valore artistico e storico andarono totalmente distrutte, o furono disperse all'epoca della ricostruzione. Antiche pitture su tavole furono sostituite con moderni quadri su tela di niun valore; antichissime lapidi esistenti sulle tombe delle famiglie furono spezzate e adoperate qual materiale da costruzione insieme ai frantumi delle dodici colonne di pietra della vallata, le quali sorreggevano le tre navate interne della chiesa stessa. Di queste colonne esistono ancora quattro bei capitelli, tre dei quali giacciono quasi sotterrati nel giardino della prevostura; il quarto è nell'attiguo giardino del fu Dottor Giacomo Martini, e quindi esposto alla vista del pubblico nella moderna birraria Gazzano.
Tre rozze scolture in marmo bianco già esistenti nella facciata della chiesa furono collocate sul primo arco del ponte che da Taggia conduce a Castellaro, esposte così a scomparire nel fiume o nelle grinfie di qualche antiquario speculatore poco coscenzioso. Rappresentano la Madonna col bambino in braccio e San Filippo e San Giacomo ai lati; una di tali figure fu mutilata dell'intiera testa, le altre del naso.
Un bassorilievo in marmo bianco rappresentante un Ecce Homo esiste ancora sotto il volto della chiesa stessa ed è visibile dalla strada essendo posto al disopra della porta di un magazzino a guisa di architrave.
Le quattro pitture rappresentate nei disegni uniti all'atto citato rappresentano episodi riferentisi alla vita e miracoli di San Benedetto. Quello che più ci interessa è la iscrizione che si leggeva in quella cappella, e che fu trascritta dal Canonico Paneri d'Albenga, e fu pubblicata dal Rossi nella sua storia d'Albenga:
« hoc opus fecerunt fieri venerabilis domini manuel de Germanis olim prepositus tabie et nicolaus nunc prepositus ad honorem dei et beate marie et beati benedicti albinganensis episcopi ego iohannis belizonis habitator Albingane civis pinxi sub anno domini MCCCCXIII die XXV augusti. »
Osserviamo che il parroco Emanuele de Germanis (originario di Ballestrino, paesello poco distante da Albenga), era nipote del precessore Antonio de Germanis, il quale, essendo da molti anni in Taggia, conosceva assai bene tutto quanto riguardava la nostra Parrocchia, il che è dimostrato dall'aver egli intrapreso e condotto a buon termine la questione delle decime (Sentenza arbitrale 15 nov. 1380 contro il comune di Taggia). Se veramente fosse esistita la pretesa tradizione tabiese relativamente alla patria e al cognome dell'antico Vescovo di Albenga, né egli, né il novello parroco de Germanis, avrebbero tralasciato di indicare in quella iscrizione questa notizia che era certamente più importante di quelle tramandateci.
Nei fogliacci o filze del notaro Ambrogio Cagnacci, nel testamento di un certo Giorgio Ferrari q. Paolo in data del 3 ottobre 1479 si leggono alcuni legati: Item legavit quod suis heredes solvant libras viginti una pro maiestate fiende ad capelam sancti benedicti...
Ma non risulta però che in quei tempi vi fosse una viva e speciale divozione per questo Santo piuttostoché per altri, e tale perciò da poter argomentare che in Taggia esisteva la credenza che questo Santo fosse di origine tabiese, e infatti al predetto legato ne segue immediatamente un altro molto più oneroso, poiché impone agli eredi di pagare un uomo perché si rechi in pellegrinaggio a Sant'Antonio, e cioè in adempimento d'una promessa fatta.
Osserviamo inoltre che il nome di San Benedetto non trovasi mai citato unitamente a tanti nomi di santi e sante, nelle frequenti religiose invocazioni che i notari solevano inscrivere sulla prima pagina dei registri del Comune e delle chiese od anche sui loro cartularii.
Per darne un esempio riportiamo l'invocazione che si legge sulla prima pagina di un registro dei redditi e delle spese, del comune di Taggia: In Christi nomine MCCCCXXIIII die prima februarij. Cartularium comunitatis tabie compositum per me nicolosium regicia scriba racionis dicte comunitatis ad honorem dei beate marie semper virginis beati francisci beati Bartolomei beati nicolai beati tellami beati gregorii beati Jacobi et Philipi ac beate Magdalene beate lucie nec non beatorum innocentiorum et beate trinitatis ac omnium sanctorum et sanctarum dei et ad maiorem cautellam huius libri hic inferius signum meum tallem impono Nicolosius Regicia scriba racionis comunitatis tabie manu propria.
Molte sono le scritture di simil genere che invocano tutti i santi pei quali era più viva la divozione nel paese, ma non ne esiste alcuna che contenga il nome del nostro Santo, Vescovo d'Albenga.
Come si può adunque sostenere che esistesse la tradizione che questo Santo fosse nativo di Taggia ?
Abbiamo finora parlato dei tempi antichi, veniamo ora a discorrere dei tempi più recenti.
Il Padre Calvi autore della Cronaca del Convento dei Dominicani, benché si dilunghi molto a raccontare delle minuziose ed inutili particolarità storiche, pur non fa cenno alcuno della pretesa tradizione di quell'antico Vescovo di Albenga (Rossi. Storia d'Albenga p. 93).
La solennità della festa di San Benedetto fu istituita solo nel 1625 per un voto solenne del Parlamento generale di Taggia, come è dimostrato dalla seguente deliberazione del 26 aprile 1625:
« Ci soprastano molti pericoli e sciagure essendo circondati da nemici del signor Duca di Savoia li quali vanno occupando molti lochi della Serenissima Repubblica il cui dominio ci resta tanto soave e amabile e si vanno approssimando, né avendo noi forza da poter resistere né difenderci né potendone per ora sperare dalla Ser.a Rep.a la quale ha da provvedere altri luoghi di più conseguenza non ci resta altro refugio che ricorrere in buona fede e profonda umiltà alla misericordia e benignità di nostro signor Iddio procurando con preghiere e lacrime e intercessione di Santi di placarlo... e per conseguenza avendo noi in ciclo il glorioso San Benedetto Vescovo d'Albenga nostro nativo patriota del presente loco per quanto avemo da degni annali e relationi potemo confidare se ricorressimo alla intercessione sua che per mezzo suo otterremo gratie dal Signor Dio Misericordioso e dalla Glorios. Maria Vergine la quale anco per le orationi e meriti di detti Santi ci impetrerà misericordia e saremo sollevati e liberati dalli immensi pericoli.
Pertanto... faciamo voto fra un anno prossimo, a spese pubbliche edificare un oratorio conveniente a gloria di Dio e di San Benedetto da fabbricarsi nel presente luogo con l'ancona della B. V. con Xpo nostro in braccio, San Benedetto da una parte e San Marco Ev. dall'altro con provvederli perpetui temporibus delli ornamenti condecenti per l'altare e ancona e altre cose necessarie senza alcuna arma particolare, ma il tutto a nome e spese pubbliche, e promettere e obbligarsi di festare solennemente in perpetuuum la sua festa che è alli 12 di febbraio nel quale fa la festa la chiesa di Albenga, nel qual giorno anco in perpetuo si faccia solenne processione visitando detto Oratorio imponendo pena a chi non festerà quel giorno, di lire 4.
»
Se veramente fosse esistita a quei tempi la pretesa tradizione, non avrebbe il Priore del Parlamento di Taggia detto semplicemente che da degni annali e da relazioni si sa essere san Benedetto nostro nativo patriota del presente loco, ma avrebbe pur detto o soggiunto, che ciò era già pubblico e notorio, come cosa sempre sentita dire dai vecchi del paese.
In seguito, nella deliberazione del 16 maggio 1625 leggesi: « havendo così vicino l'esercito del signor Duca di Savoia... dal quale si può ricevere danno grandissimo e perdita della vita, facultà e honore se prontamente non si da obbedienza come han fatto molti altri luoghi... conoscendo non poter resistere essendo senza seguito... crediamo esser bene far elezione di sei persone per andar dal signor Principe Vittorio figlio del signor Duca di Savoia e ad esso rendere obedienza in nome dell'università e presentare le chiavi di questo luogo e con esso a nome della comunità far patti e condizioni che si potranno ottenere per utile del nostro luogo. »
La città si arrese e il giorno 19 il Parlamento elesse altre persone per andare a giurar fedeltà omaggio e obbedienza al signor Principe Vittorio e presentargli un donativo del valore di scudi 500.
Ma se i tabiesi trovavano tanto soave e amabile, il dominio di Genova, i vicini Sanremesi lo ritenevano invece insopportabile e odioso, e perciò il 18 maggio decisero di sottomettersi spontaneamente al Duca di Savoia, e inviarono una deputazione a Porto Maurizio per invitare il Principe Vittorio a recarsi in Sanremo. Per un quarto di lega dalla città le strade furono coperte ai due lati di aranci, limoni, e cedri in grande abbondanza; tutte le vie della città erano tappezzate di rami odoriferi e di fiori e gremite di popolo festante che clamorosamente salutava il giovane principe e il suo seguito. Ma due mesi dopo il Duca di Savoia dovè abbandonare tutti questi luoghi occupati, e così terminò ben presto questa lontana pregustazione del civile e benefico principato di casa Savoia (Andreoli - Storia).
Essendo finiti i pericoli della guerra il Parlamento di Taggia si occupava il 13 luglio di mettere in esecuzione il voto fatto « di far erigere una chiesa a San Benedetto Vescovo di Albenga di questo nostro luogo per le grazie e favori che a sua intercessione si sono ottenuti dal Signor Iddio ».
E il 15 febbraio 1626 deliberavasi di far convegno con la compagnia del Gonfalone per accettare la cessione dell'Oratorio dell'Annunciata nella località del Colletto onde istituirvi il nuovo oratorio di San Benedetto.
Un secolo dopo e cioè nel 1734 si scrissero sulla facciata: le parole seguenti: « In honorem divi Benedicti episcopi patritii tabiensis ac patroni ».
Nell'anno 1646 fu costrutta un'altra cappella dedicata a San Benedetto, nella località detta licheo, rimpetto alla casetta nella quale dicevasi esser nato quel Santo. Questa casetta però, distrutta in occasione della costruzione della strada carrettabile di Valle Argentina, non presentava nella sua struttura alcun indizio di vera antichità, né alcun segnale di antica divozione.
Nella stessa regione Licheo esistono tuttora due altre case rovinate, di antichissima costruzione, in una delle quali fu rogato nel 1258 (16 agosto) un atto che si riferisce alla storia di Arma e Bussana: « Actum fuit in terra tabie locus ubi dicitur loquetus... » (Liber Jurium Reipub. Genuensis).
Il Prof. Rossi nella sua Storia di Albenga (pag. 93) parlando del cognome del Vescovo Benedetto dice: « Chi fu dunque il primo ad aggiungere questo cocognome? Si fu il Vescovo Landinelli il quale nel suo catalogo dei Vescovi d'Albenga non contento del Revelli vi aggiunse per soprassello il patricius albinganensis. »
Infatti la pubblicazione della voluminosa opera Acta Sanctorum del Gesuita Bolland fu cominciata nell'anno 1643, e le notizie riguardanti San Benedetto egli le ricevette nel 1649 da un monaco benedettino al quale furono trasmesse nello stesso anno dal canonico Paneri di Albenga e « furono da lui desunte dalla fama volgare e da debolissime congetture » dice l'autore della Storia di Oneglia (p. 135). Invece la pubblicazione del Sinodo del Landinello è in data del 1620.
Probabilmente l'invenzione delle nuove notizie su San Benedetto è dovuta a un dotto tabiese il quale si prese anche la cura di divulgarle allo scopo di illustrare il suo paese natio. È questi il Reverendo Domenico Anfossi, lettore primario di diritto comune in Milano, poscia lettore di S. Scrittura nella celebre università di Pavia; autore di molti opuscoli, in parte rimasti inediti, conservati nella biblioteca di Pavia. Per incarico di Monsignor Landinelli compilò il Sinodo (celebrato in Albenga nell'anno 1618), il quale per la sua eccellenza, a detta del Casoni scrittore degli Annali di Genova, può servire di norma a tutte le diocesi.
A pag. 374 di questo libro v'è una figura rappresentante un Vescovo col pastorale nella sinistra e un libro nella destra, coi versi seguenti, imitati da Virgilio:
« Sancte Benedicte protector noster aspice.
Tabia me Mundo peperit de stirpe Revella.
Albingana Corpus, Spiritus astra tenet
».
Di seguito a pag. 375 si legge:
« Oratio, quam in Tercia Sessione habuit multum Reverendum Juris utriusque Doctor D. Dominicus Anfossius Rector Ecclesiae Campestris S. Mariae Magdalenae apud oppidum Tabiae, Synodalis Promotor. »
In questa orazione leggesi alla pagina 381:
Quot (ut panca de te referam, viro Patritio, ex eodem, quo ego, Tabie oppido oriundo) a via veritatis errantes ad rectum vitae calem duxisti!
E leggesi in margine la nota seguente: « Philip. Servita in catalogo Sanct. Italiae 12 febr. et 5 decembr. »
In fondo al volume si legge il sucitato Catalogo:
Catalogus nominum episcoporum Albingae quantum pro temporum incuria ex publicorum monumentorum Tabulis breviter colligi potuit.
Anni domini 900. D. Benedictus, Patritius Tabiensis ex familia Revelorum. Ex eius Tumuli Lapide in dicta Ecclesia S. Mariae ad Fontibus, et Philippo Servita, ut supra pag. 381.

Ma la lapide indicata quale primo documento in prova di quanto è scritto sul catalogo più non esiste e non si può quindi verificare l'iscrizione che dicevasi esistente sulla tomba del Vescovo Benedetto. Probabilmente fu rotta e restò seppellita allorché si rialzò l'antico suolo della chiesa di S. Maria in Fontibus (1617,) che trovavasi prima più basso di otto scalini dell'attuale livello come è accertato dalla storia (Rossi p. 34).
Molto probabilmente su quella lapide era indicato il nome del Vescovo di Albenga nel modo in cui è uso o rito di indicare il nome dei frati, e cioè con un semplice nome seguito da quello del paese d'origine come per es. Antonio di Padova, Benedetto di Norcia, Francesco di Paola, Francesco di Sales, Leonardo da Porto Maurizio. Così similmente sulla lapide di quel Vescovo leggevasi forse: Fratri Benedicto de Revello Episcop. Albing... e in qualche elenco dei Vescovi d'Albenga a queste parole si aggiunsero le seguenti: Ex Tab. Eius Tumuli in Eccl. S. Mariae ad Fontibus. Tali parole furono interpretate per Benedetto de' Revelli di Taggia, ovvero Benedetto de' Revelli di Tavole.
In tal modo nacque la favola del cognome di quel Vescovo e della pretesa tradizione tabiese. Ma se questa tradizione non esisteva prima del 1626 e se altri documenti non esistono al riguardo su che cosa è dunque fondata tal moderna istoria e qual fede merita essa ?
Molte discussioni si sono già fatte, né si sono risparmiati insulti agli scrittori che intrattennero di tali questioni; noi nondimeno abbiamo voluto mettere in evidenza documenti poco noti ed altri prima d'ora sconosciuti, al solo scopo di contribuire in qualche modo alla scoperta della verità e colla speranza di fare cosa utile, essendo convinti che il miglior ornamento che possa abbellire la storia sia la conoscenza della pura verità e la distinzione di tutto ciò che è invenzione o supposizione e che può essere contrario alla verità stessa.
Speriamo che il Reverendo Revelli padre Leonardo da Taggia, potrà coll'intercessione del nostro Santo riuscire meglio illuminato su tale argomento e ottenere la grazia di poter chiarire esaurientemente questo punto così oscuro ma pur interessante della nostra storia.
Concludiamo col riportare alcune parole dell'egregio scrittore Rev. Cav. Carlo Cagnacci:
« Io lascio la litesub judice, non già ch'io stimi questione di campanile o di lana caprina la ricerca della patria d'un santo, ma perché sono poco disposto ad ammettere un fatto qualunque che non sia bene accertato.
Combattiamo in un campo più nobile, nel campo dell'emulazione, a chi lo imita più fedelmente, a chi ne promuove il culto con più zelo, a chi gli si mostra più grato per le grazie ricevute, a chi lo prega con maggior fervore.
Come sempre per lo passato rivolgiamoci a Lui, che ci appartiene per tanti titoli, che ci protesse in tante distrette, e uniti di mente e di cuore preghiamolo che ci liberi assieme alla Liguria e all'Italia tutta da nuovi barbari, peggiori degli antichi. »
Certamente non si può far meno di applaudire vivamente a queste belle espressioni del Dotto Tabiese.


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